Sopra la croce di Gesù

Sopra la croce di Gesù non era scritto solo INRI. Ecco il vero significato dell’iscrizione ebraica

 

di Daniele Di Luciano

 

In Esodo 20,2 Dio rivela il suo nome a Mosè:

“Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto”

La parola tradotta con “il Signore” è il famoso Tetragramma che gli ebrei non possono neanche pronunciare:

“YHWH“, vocalizzato in diversi modi tra i quali “Yahweh“. Le quattro lettere ebraiche che lo compongono sono queste: “יהוה“, yod-he-waw-he. Ricordiamo che l’ebraico si legge da destra verso sinistra.

Nel Vangelo di Giovanni, capitolo 19 versetti 16-22, leggiamo:

“Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: «Il re dei Giudei», ma: «Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei»». Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto».”

Nonostante il brano in questione sia famosissimo, la scena che si è svolta davanti a Gesù crocifisso dev’essere stata un po’ diversa da come ce la siamo sempre immaginata. Giovanni, forse, ha provato a sottolinearlo ma il lettore, non conoscendo la lingua ebraica, è impossibilitato a comprendere.

L’iscrizione di cui parla Giovanni è la famosa sigla “INRI“, raffigurata ancora oggi sopra Gesù crocifisso. L’acronimo, che sta per il latino “Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum“, significa appunto “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei“.

Ma Giovanni specifica che l’iscrizione era anche in ebraico. Non solo: in un momento così importante l’evangelista sembra soffermarsi su dei particolari apparentemente di poco conto:

– il fatto che molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città

– i capi dei sacerdoti che si rivolgono a Pilato per far modificare l’iscrizione

– Pilato che si rifiuta di cambiarla.

Ponzio Pilato, che era romano, probabilmente non capiva che, senza volerlo, aveva creato un po’ d’imbarazzo – se vogliamo definirlo così – agli ebrei che osservavano Gesù crocifisso con quell’iscrizione sopra la testa.

Henri Tisot, esperto di ebraico, si è rivolto a diversi rabbini per chiedere quale fosse l’esatta traduzione ebraica dell’iscrizione fatta compilare da Pilato. Ne parla nel suo libro “Eva, la donna” nelle pagine da 216 a 220.

Ha scoperto che è grammaticalmente obbligatorio, in ebraico, scrivere “Gesù il Nazareno e re dei Giudei“. Con le lettere ebraiche otteniamo “ישוע הנוצרי ומלך היהודים“. Ricordiamo la lettura da destra verso sinistra.

Queste lettere equivalgono alle nostre “Yshu Hnotsri Wmlk Hyhudim” vocalizzate “Yeshua Hanotsri Wemelek Hayehudim“.

Quindi, come per il latino si ottiene l’acronimo “INRI“, per l’ebraico si ottiene “יהוה“, “YHWH“.

Ecco spiegata l’attenzione che Giovanni riserva per la situazione che si svolge sotto Gesù crocifisso. In quel momento gli ebrei vedevano l’uomo che avevano messo a morte, che aveva affermato di essere il Figlio di Dio, con il nome di Dio, il Tetragramma impronunciabile, inciso sopra la testa.

Non poteva andar bene che YHWH fosse scritto lì, visibile a tutti, e provarono a convincere Pilato a cambiare l’incisione. Ecco che la frase del procuratore romano “Quel che ho scritto, ho scritto” acquista un senso molto più profondo.

Sembra incredibile? Pensate che Gesù aveva profetizzato esattamente questo momento. In Giovanni 8,28 troviamo scritto:

“Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono

Per “innalzare” Gesù intende la crocifissione. “Io Sono” allude proprio al nome che Dio ha rivelato a Mosè in Esodo 3,14:

“Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: «Io-Sono mi ha mandato a voi»”

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Orari della Settimana Santa

Domenica 9 aprile: Domenica delle Palme S. Messa ore 8 – 10:30

Lunedì 10aprile: Esposizione SS. Sacramento ore 9-12 e 15 – 19.

Martedì 11 aprile: Esposizione SS. Sacramento ore 9-12 e 15 – 19.

Mercoledì 12 aprile: Ore 15.00 S. Messa Crismale in Duomo

Giovedì 13 aprile: Giovedì Santo. Ore 21:00 S. Messa nella Cena del Signore.

Venerdì 14 aprile: Venerdì Santo.

Ore 17:00 Celebrazione della Passione del Signore.

Ore 20:45 Via Crucis di zona a Rivabella.

Sabato 15 aprile: dalle 9:00 confessioni in chiesa e benedizione delle uova alle ore 9 – 10- 11 – 12.

Sabato 15 aprile: ore 21:00 Veglia e celebrazione Pasqua del Signore.

 Domenica 16 aprile: Pasqua di resurrezione: S. Messa ore 8 – 10:30

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Quaresimali 2017

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La Parola è un dono.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
PER LA QUARESIMA 2017

 

La Parola è un dono. L’altro è un dono

 

Cari fratelli e sorelle,

la Quaresima è un nuovo inizio, una strada che conduce verso una meta sicura: la Pasqua di Risurrezione, la vittoria di Cristo sulla morte. E sempre questo tempo ci rivolge un forte invito alla conversione: il cristiano è chiamato a tornare a Dio «con tutto il cuore» (Gl 2,12), per non accontentarsi di una vita mediocre, ma crescere nell’amicizia con il Signore. Gesù è l’amico fedele che non ci abbandona mai, perché, anche quando pecchiamo, attende con pazienza il nostro ritorno a Lui e, con questa attesa, manifesta la sua volontà di perdono.

La Quaresima è il momento favorevole per intensificare la vita dello spirito attraverso i santi mezzi che la Chiesa ci offre: il digiuno, la preghiera e l’elemosina. Alla base di tutto c’è la Parola di Dio, che in questo tempo siamo invitati ad ascoltare e meditare con maggiore assiduità. In particolare, qui vorrei soffermarmi sulla parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro (cfr Lc 16,19-31). Lasciamoci ispirare da questa pagina così significativa, che ci offre la chiave per comprendere come agire per raggiungere la vera felicità e la vita eterna, esortandoci ad una sincera conversione. Continua a leggere

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Racconto di Natale

di Dino Buzzati

Tetro e ogivale è l’antico palazzo dei vescovi, stillante salnitro dai muri, rimanerci è un supplizio nelle notti d’inverno. E l’adiacente cattedrale è immensa, a girarla tutta non basta una vita, e c’è un tale intrico di cappelle e sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimaste alcune pressoché inesplorate. Che farà la sera di Natale – ci si domanda – lo scarno arcivescovo tutto solo, mentre la città è in festa? Come potrà vincere la malinconia? Tutti hanno una consolazione: il bimbo ha il treno e pinocchio, la sorellina ha la bambola, la mamma ha i figli intorno a sé, il malato una nuova speranza, il vecchio scapolo il compagno di dissipazioni, i1 carcerato la voce di un altro dalla cella vicina. Come farà l’arcivescovo? Sorrideva lo zelante don Valentino, segretario di sua eccellenza, udendo la gente parlare così. L’arcivescovo ha Dio, la sera di Natale. Inginocchiato solo soletto nel mezzo della cattedrale gelida e deserta a prima vista potrebbe quasi far pena, e invece se si sapesse! Solo soletto non è, non ha neanche freddo, né si sente abbandonato. Nella sera di Natale Dio dilaga nel tempio, per l’arcivescovo, le navate ne rigurgitano letteralmente, al punto che le porte stentano a chiudersi; e, pur mancando le stufe, fa così caldo che le vecchie bisce bianche si risvegliano nei sepolcri degli storici abati e salgono dagli sfiatatoi dei sotterranei sporgendo gentilmente la testa dalle balaustre dei confessionali. Continua a leggere

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Dov’è Dio e dov’è l’uomo, di Enzo Bianchi


Dov’è Dio dov’è l’uomo

di Enzo Bianchi

 
Il giorno dei funerali delle vittime del terremoto è il momento in cui il dolore dei singoli assume una dimensione e una visibilità comunitaria, sociale. Nelle bare, che sono sempre troppe, insopportabilmente troppe, sono rinchiuse le speranze di chi è rimasto sotto le macerie e di chi da quelle macerie è uscito distrutto nei suoi sentimenti più cari.
 
In modo misterioso, i veri celebranti del rito funebre sono proprio i morti: sono infatti le loro vite spezzate, la comunione che alimentavano attorno a sé, l’amore di cui si sono mostrati capaci ad aver convocato quanti li hanno amati e quanti hanno tragicamente scoperto la fragilità di ogni esistenza, la solidarietà nella comune debolezza umana. Non ci sono parole all’altezza di questi eventi: ciò che spetta a noi tutti è assumere, ciascuno con i propri limiti, la responsabilità di farsi prossimo con umiltà e nella compassione.
 
Da alcuni giorni non cessano di risuonare due domande che sono un unico grido di dolore: “Perché?” e “Dio, dove sei?”. Sono domande antiche come il mondo e brutalmente nuove di fronte a ogni catastrofe. Soprattutto sono domande che ciascuno sente sgorgare in sé all’improvviso, dopo che tante volte aveva potuto illudersi che riguardassero solo gli altri. Poi, più ancora che la forza delle immagini trasmesse dai media, basta l’evocazione di un luogo conosciuto, la somiglianza con un volto familiare, il ricordo di un’amicizia lontana per rendere la disgrazia vicina, nostra.
 
Il “perché?” riguarda le cause del terremoto, che non sono mai solo naturali, e che dovrebbero essere affrontate con lucidità e serietà nell’immediato, ma ancor più nelle fasi successive, per dare non una risposta ma un fine a questo “perché” e renderlo un “affinché”, così che il “mai più!” non risuoni come generica promessa, reiterata in modo scandalosamente inutile a ogni sciagura.
 
“Dio, dove sei?” invece è l’interrogativo che scuote la nostra fede nel Dio narratoci da suo figlio Gesù: un Padre che non castiga né punisce, ma che perdona, resta misericordioso e invita tutti a non peccare più. È l’antica domanda rilanciata da Voltaire dopo il terremoto di Lisbona del 1755: «O Dio è onnipotente, e allora è cattivo, oppure Dio è impotente, e allora non è il Dio in cui gli uomini credono».
 
Eppure tutta la tradizione spirituale ebraica e cristiana, ci dice che Dio non è lontano, è con le vittime, accanto a loro, in qualche misura partecipa alle sofferenze umane e accompagna silenziosamente ciascuna di loro per abbracciarla al di là della morte e darle quella vita promessa che è stata contraddetta e negata nella storia. Dio è misericordioso, compassionevole, fedele nell’amore: egli ci accompagna senza mai abbandonarci, anche se il male, la sofferenza e la morte restano un enigma che solo a fatica, grazie alla fede e a Gesù Cristo, può diventare mistero di vita.
 
Ma chiediamoci anche: può Dio intervenire nel mondo con eventi di cui lui è protagonista senza l’azione degli uomini? Può intervenire castigando o compiendo materialmente il bene senza la cooperazione degli uomini? Oppure Dio interviene solo inviando il suo spirito nella mente e nel cuore delle persone che poi agiscono per il bene o per il male? Molti cristiani oggi sono persuasi che il mondo abbia una propria autonomia da Dio, che siamo veramente liberi e che Dio non può costringerci né con il castigo né con il premio terreno e che quindi la vera domanda da porsi è “Dov’è l’uomo?”.
 
Già Rousseau rispondeva in questi termini all’interrogativo di Voltaire. Sì, dov’è l’uomo con le sue responsabilità concrete nella mancata prevenzione, nella cattiva gestione del territorio, nel prevalere dell’interesse personale su quello comune? Eppure questi tragici eventi ci rivelano un duplice volto dell’essere umano: quello assente, irresponsabile, cinico che purtroppo ben conosciamo. Ma anche quello radicalmente “umano”, quello della compassione, della dedizione spontanea, volontaria, del lanciarsi in soccorso di sconosciuti, dell’umanissimo piangere con gli altri, del ritrovare proprio scavando tra le macerie del dolore l’appartenenza all’unica famiglia umana che era andata smarrita. Ecco dov’è l’uomo, l’essere umano nella sua verità più profonda: lì, a mani nude e a cuore aperto, accanto al fratello, alla sorella nella disgrazia.
 
Anche oggi che siamo senza parole dobbiamo ripeterci gli uni altri che l’ultima parola non è e non sarà la morte, ma la vita piena che Dio dona a tutti noi, suoi figli e figlie: l’ultima parola spetterà a Dio, nella Pasqua eterna, quando asciugherà le lacrime dai nostri occhi, distruggerà la morte e, perdonando il male da noi compiuto, trasfigurerà questa terra in terra nuova, dimora del suo Regno.
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Madonna Pellegrina del Santuario di Fatima

locandina Madonna FatimaAnche quest’anno tornerà a farci visita l’Immagine della Madonna Pellegrina del Santuario di Fatima. La Sacra Immagine, partita da Fatima nel mese di Aprile, arriverò presso la nostra parrocchia Domenica 10 Luglio dal mare.

Trasportata dalla motonave Bella Rimini, arriveremo al Bagno 6 di Rivabella per poi giungere in processione alla Chiesa parrocchiale.

Scarica il programma qui.

Programma 1

Programma 2

 

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C’è un’infanzia atea…..

…..ma il Signore bussa sempre.

di Giorgio De Simone
Avvenire, 27 febbraio 2016

Per un bambino piccolo seguire i propri genitori è naturale. Se sono cristiani osservanti, vanno a Messa, quando è il momento mandano il loro figlio a catechismo, e il bambino sarà osservante. Poi, diciamo dopo la Cresima, se frequenterà dei compagni che non vanno a Messa, che non fanno più o non hanno mai fatto la prima comunione, il bambino potrà cambiare e diventare ‘curioso’ di incredulità. Ma se è molto forte la radice pedagogica genitoriale (o almeno di un genitore, per tanto tempo solitamente la mamma) favorevole alla religione e alla sua pratica, il bambino che cresce non vi rinuncerà facilmente.
Se invece la religione è più di facciata che di sostanza, il bambino in crescita crederà di capire che frutto della sua ragione che si va formando è la scoperta che la religione non dica la verità. Insomma, assetato come sarà di verità, il bambino diventato ragazzino e ragazzo si potrà convincere che sia più logica l’inesistenza dell’esistenza di Dio, dopodiché diventerà per lui naturale staccarsi e non fare più la ‘fatica’ di credere. A quel punto eccolo entrato in una zona fredda, di disattenzione al sacro, di disinteresse al divino, una zona dove la religione c’era e si è perduta.
scuole_infanziaC’è però ancora un’altra zona, quella dove la religione non c’è mai stata: la zona atea. E a lungo è sembrato che quasi nessun fanciullo, quanto meno fino ai nove, dieci anni, la potesse abitare. Ma non è più così. L’altro giorno ho chiesto a un bambino di quell’età se mi sapeva citare una parabola che a catechismo l’avesse particolarmente colpito. Mi ha risposto che non sapeva cosa fosse una parabola e, quando gli ho detto, che è uno dei racconti fatti da Gesù, mi ha troncato il discorso: «Noi in famiglia siamo atèi».

Ha detto proprio così, atèi, con l’accento sulla ‘e’, dopodiché ci siamo messi a parlare, malinconicamente, di calcio. Ho saputo poi che il bambino non era stato neanche battezzato. Era, è, uno dei bambini senza Dio del nostro Paese.
Che non devono essere ormai pochi viste le stime (qualche milione) sugli adulti italiani che si definiscono atei o agnostici. Mi sono chiesto come cresca un bambino allevato senza alcun insegnamento religioso. Non viene battezzato, non va a catechismo, non va a Messa, non fa la comunione, non viene cresimato. In pratica non sa neanche farsi il segno della croce e come oggi ignora Gesù bambino, domani non saprà nulla di Giovanni Battista, delle nozze di Cana, della Samaritana, del cieco nato, della pesca miracolosa, del figliol prodigo. Dopodomani, conseguentemente, quando farà studi superiori, non si troverà in sintonia con il Cantico delle creature di Francesco, con Dante e, se li incrocerà, con Agostino, Tommaso, Pascal, Manzoni eccetera. Di più: educato a vivere di ragione e a giudicare in base alla propria logica, non vorrà essere ‘segnato’ da nessun Santo e da nessuno degli autori cristiani. Li conoscerà, se li conoscerà, rimanendone staccato e chiamerà questo atteggiamento: essere obiettivi.
Noi oggi viviamo tempi difficili e non per niente, di fronte a tanti delitti condotti sotto un segno che si vorrebbe religioso, si sente dire: ‘Io le religioni le abolirei tutte’. Ma come evangelicamente non è il sabato a essere padrone dell’uomo, così non è la religione a guastare una persona, a snaturarla: è il contrario. Noi crediamo nel perdono, noi veniamo quest’anno educati alla misericordia, noi siamo per la carità, noi avversiamo ogni fondamentalismo e questo basterebbe a fare della nostra religione un bene, un valore, un accrescimento.

Quando è negata a chi ha tutta la vita davanti avviene una chiusura d’orizzonte, una limitazione d’accesso a patrimoni umani immensi per i quali non ci si domanda mai abbastanza come si sarebbero potuti formare senza la spinta della fede. L’infanzia ha un suo calore che si alimenta del calore della fede, delle parabole, degli episodi del Vangelo. Per un bambino che mi dice di essere ateo io mi rattristo, ma ricordo a me stesso – devo farlo – che il Signore bussa alla porta nelle ore che sa Lui e bussa per tutti. Chi ieri non era in casa, domani può esserci, può aprire la porta e ricevere la Parola. È avvenuto, continuerà ad avvenire in tempi e modi che noi adesso, sotto questi cieli minacciosi, ignoriamo, ma che ci saranno. Perché noi giudichiamo dall’angolazione del nostro tempo e da nessun’altra. Qui piantiamo, qui seminiamo. Ma, come dice Paolo (1 Cor 3, 7), «non è chi pianta né chi irrìga a valere qualcosa, ma Dio che fa crescere».

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O Croce di Cristo

omelia3febbraio

Preghiera di Papa Francesco alla Via Crucis del Venerdì Santo.

 

 

O Croce di Cristo!

O Croce di Cristo, simbolo dell’amore divino e dell’ingiustizia umana, icona del sacrificio supremo per amore e dell’egoismo estremo per stoltezza, strumento di morte e via di risurrezione, segno dell’obbedienza ed emblema del tradimento, patibolo della persecuzione e vessillo della vittoria.

O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo eretta nelle nostre sorelle e nei nostri fratelli uccisi, bruciati vivi, sgozzati e decapitati con le spade barbariche e con il silenzio vigliacco.

O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo nei volti dei bambini, delle donne e delle persone, sfiniti e impauriti che fuggono dalle guerre e dalle violenze e spesso non trovano che la morte e tanti Pilati con le mani lavate.

O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo nei dottori della lettera e non dello spirito, della morte e non della vita, che invece di insegnare la misericordia e la vita, minacciano la punizione e la morte e condannano il giusto.

O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo nei ministri infedeli che invece di spogliarsi delle proprie vane ambizioni spogliano perfino gli innocenti della propria dignità.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei cuori impietriti di coloro che giudicano comodamente gli altri, cuori pronti a condannarli perfino alla lapidazione, senza mai accorgersi dei propri peccati e colpe.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei fondamentalismi e nel terrorismo dei seguaci di qualche religione che profanano il nome di Dio e lo utilizzano per giustificare le loro inaudite violenze.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi in coloro che vogliono toglierti dai luoghi pubblici ed escluderti dalla vita pubblica, nel nome di qualche paganità laicista o addirittura in nome dell’uguaglianza che tu stesso ci hai insegnato.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei potenti e nei venditori di armi che alimentano la fornace delle guerre con il sangue innocente dei fratelli.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei traditori che per trenta denari consegnano alla morte chiunque.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei ladroni e nei corrotti che invece di salvaguardare il bene comune e l’etica si vendono nel misero mercato dell’immoralità.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi negli stolti che costruiscono depositi per conservare tesori che periscono, lasciando Lazzaro morire di fame alle loro porte.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei distruttori della nostra “casa comune” che con egoismo rovinano il futuro delle prossime generazioni.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi negli anziani abbandonati dai propri famigliari, nei disabili e nei bambini denutriti e scartati dalla nostra egoista e ipocrita società.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nel nostro Mediterraneo e nel mar Egeo divenuti un insaziabile cimitero, immagine della nostra coscienza insensibile e narcotizzata.

O Croce di Cristo, immagine dell’amore senza fine e via della Risurrezione, ti vediamo ancora oggi nelle persone buone e giuste che fanno il bene senza cercare gli applausi o l’ammirazione degli altri.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei ministri fedeli e umili che illuminano il buio della nostra vita come candele che si consumano gratuitamente per illuminare la vita degli ultimi.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei volti delle suore e dei consacrati – i buoni samaritani – che abbandonano tutto per bendare, nel silenzio evangelico, le ferite delle povertà e dell’ingiustizia.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei misericordiosi che trovano nella misericordia l’espressione massima della giustizia e della fede.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nelle persone semplici che vivono gioiosamente la loro fede nella quotidianità e nell’osservanza filiale dei comandamenti.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei pentiti che sanno, dalla profondità della miseria dei loro peccati, gridare: Signore ricordati di me nel Tuo regno!

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei beati e nei santi che sanno attraversare il buio della notte della fede senza perdere la fiducia in te e senza pretendere di capire il Tuo silenzio misterioso.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nelle famiglie che vivono con fedeltà e fecondità la loro vocazione matrimoniale.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei volontari che soccorrono generosamente i bisognosi e i percossi.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei perseguitati per la loro fede che nella sofferenza continuano a dare testimonianza autentica a Gesù e al Vangelo.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei sognatori che vivono con il cuore dei bambini e che lavorano ogni giorno per rendere il mondo un posto migliore, più umano e più giusto. 
In te Santa Croce vediamo Dio che ama fino alla fine, e vediamo l’odio che spadroneggia e acceca i cuori e le menti di coloro preferiscono le tenebre alla luce.

O Croce di Cristo, Arca di Noè che salvò l’umanità dal diluvio del peccato, salvaci dal male e dal maligno! O Trono di Davide e sigillo dell’Alleanza divina ed eterna, svegliaci dalle seduzioni della vanità! O grido di amore, suscita in noi il desiderio di Dio, del bene e della luce.

O Croce di Cristo, insegnaci che l’alba del sole è più forte dell’oscurità della notte. O Croce di Cristo, insegnaci che l’apparente vittoria del male si dissipa davanti alla tomba vuota e di fronte alla certezza della Risurrezione e dell’amore di Dio che nulla può sconfiggere od oscurare o indebolire.

Amen!

Papa Francesco

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Enzo Bianchi: «La civiltà comincia se dividiamo tra noi il cibo»

affamati_1639521«Garantire il pane agli altri», dice il priore di Bose, «misura le relazioni e il grado di fraternità tra le persone»

Parla di pane e rammenta le sberle. «Quanti ceffoni ho ricevuto da bambino per aver capovolto la pagnotta sul tavolo oppure, una volta spezzata, per non averla tenuta davanti a me in modo corretto». Enzo Bianchi, 72 anni, priore della comunità di Bose, riordina in silenzio ricordi lontani. «Dopo la guerra», confida, «ho conosciuto tempi di autentica penuria. L’ educazione che ho ricevuto mi ha portato a venerare soprattutto il pane».

Da lì discendono modi di pensare e stili di vita, assicura il monaco che è anche scrittore (suoi, tra gli altri, Il pane di ieri e Spezzare il pane, entrambi pubblicati da Einaudi). «Non a caso l’ inizio della cultura si registra nello spazio del mangiare. Non a caso il linguaggio nasce proprio quando attorno a una pietra si trovano uomini e donne determinati a nutrirsi insieme, smettendola di pascersi da soli, come bestie. E non a caso garantire il cibo agli altri misura il grado di relazione tra le persone, è un esempio concreto di fraternità».

«Dar da mangiare agli affamati non è solo in testa alla lista delle opere di misericordia corporali», prosegue Bianchi: «È anche la prima azione che Gesù descrive nel giudizio finale collocandola in cima ai gesti che garantiscono la salvezza. Dal cibo dipende la vita dell’ uomo. Quindi non dare il cibo a qualcuno o far finta di non vedere quando qualcuno non ha cibo di fatto è comportarsi da assassini, perché è permettere la morte del fratello. Il cibo è tale quando è condiviso, altrimenti è veleno per chi se lo accaparra e morte per chi non ce l’ ha».

«Gli alimenti sono a nostro servizio e sono buoni, ma di fronte a questi doni della terra e del lavoro dell’ uomo, sta la nostra responsabilità. Sappiamo rispettarli o li buttiamo facilmente, come le statistiche attestano che avviene, nel Nord Italia, per il 30 per cento del cibo conservato nei nostri frigoriferi e nelle nostre dispense? Sappiamo vedere negli alimenti la fatica della terra che li produce e la fatica umana necessaria perché possano arrivare sulla nostra tavola? Sappiamo trarre le conseguenze del fatto che il cibo è destinato a tutti e che invece molti esseri umani ne sono privati fino alla fame? Si tratta di un miliardo di persone su sette miliardi: uomini, donne e bambini denutriti, preda della debolezza e delle malattie, perché noi, loro simili più ricchi, li accaparriamo per noi stessi, ingozzandoci fino a diventare bulimici e obesi, e li neghiamo a loro».

La prima opera di misericordia corporale incrocia il tema della giustizia. «Omnia sunt communia, tutto è di tutti: questa affermazione, che risale ai Padri della Chiesa, è stata la bandiera della rivoluzione di Thomas Müntzer (1489-1525), la “rivoluzione dei contadini”. Dal ’ 68 in poi appare come segno scritto lasciato da manifestanti che protestano».

«In verità», precisa Enzo Bianchi, «noi troviamo questo preciso concetto nel capitolo 69 della Costituzione “Gaudium et spes” del concilio Vaticano II: “L’ uomo, usando dei beni, deve considerare le cose che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni. Il Concilio richiama urgentemente tutti affinché, memori della sentenza dei padri (“Da’ da mangiare a colui che è moribondo per fame, perché se non gli avrai dato da mangiare, lo avrai ucciso”), realmente mettano a disposizione e impieghino utilmente i propri beni, ciascuno secondo le proprie risorse, specialmente fornendo ai singoli e ai popoli i mezzi con cui essi possano provvedere a sé stessi e svilupparsi”».

«Il cibo, insomma, va necessariamente condiviso», conclude Bianchi. «La realtà, invece, è ben diversa, il 20 per cento della popolazione possiede l’ 86 per cento della ricchezza mondiale. La diseguaglianza planetaria, a partire dall’ ingiusta ripartizione del cibo, dovrebbe farci provare vergogna. Purtroppo, negli ultimi 25 anni si sono imposti “dogmi economici” che favoriscono chi ha già molto e aumentano le sperequazioni. L’ ha ricordato papa Francesco nel Messaggio inviato il 7 febbraio scorso ai partecipanti all’ incontro Le idee dell’ Expo: “C’ è cibo per tutti, ma non tutti possono mangiare, mentre lo spreco, lo scarto, il consumo eccessivo e l’ uso di alimenti per altri fini del cibo sono davanti ai nostri occhi”. La conversione cui siamo chiamati in questo anno giubilare non può prescindere da questo».

Famiglia Cristiana n.1 – 2016
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